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Mauro Calise “La democrazia del leader”

Mauro Calise "La democrazia del leader" Laterza

Mauro Calise
“La democrazia del leader”
Editori Laterza

La crisi dei partiti, già indeboliti nei loro ancoraggi sociali e ideologici, che subiscono lo smembramento interno sotto i colpi della personalizzazione; la centralità decisionista dell’esecutivo e del premier che mettono fuorigioco il parlamento; la colonizzazione mediatica della vita quotidiana che muta drasticamente i circuiti della partecipazione e scalza i partiti dal loro presidio secolare della discussione. In La democrazia del leader, Mauro Calise mette a fuoco gli snodi del processo che ha trasformato la democrazia rappresentativa in democrazia del leader.

Nell’analizzare la crisi attuale dei partiti, risulta subito evidente come siano venute meno le basi sociali della loro forza e coesione. Il deficit di rappresentanza è il fenomeno su cui tutti concordano, e l’appello più comunemente rivolto agli attori politici è di ritrovare un canale più diretto ed efficace di espressione delle domande sociali. Ciò che, invece, si fa difficoltà a comprendere è che ancora più drammatica è la crisi che si realizza sull’altro fronte della vita di partito, e cioè la dissoluzione della sua capacità ordinamentale. Il partito come corpo politico sta cedendo sotto i colpi del fenomeno che sta improntando il nuovo millennio: la personalizzazione del potere.

In una prospettiva weberiana, e kantorowicziana, sarebbe più appropriato parlare di ri-personalizzazione. Una sorta di «reconquista», da parte dei moderni prìncipi di ogni ordine e grado, dell’autonomia – di rappresentanza e decisione – cui avevano abdicato a favore del secondo corpo, quello del potere spersonalizzato e collettivizzato. Con una novità importante, rispetto al passato. Nella tipologia weberiana, potere patrimoniale e potere carismatico si presentavano come appartenenti a contesti diversi, e si riproducevano con logiche molto differenti.Un tratto tipico dell’autorità carismatica era quello di contrapporsi alla routine e alla conservazione dei regimi tradizionali basati sul controllo patrimoniale. Nei processi contemporanei di personalizzazione politica, assistiamo invece, frequentemente, all’unione di patrimonio e carisma, con una sinergia dei due fattori. Ciò è dovuto anche alle profonde trasformazioni che i due termini hanno subìto rispetto alla classificazione sociologica degli inizi del Novecento.

Nell’accezione contemporanea di carisma, siamo certo lontani dalla definizione weberiana di un sentimento basato sulla «devozione alla eccezionale santità, eroismo o carattere di un individuo, e ai princìpi normativi e ordinamentali da lui incarnati». Al più, il carisma dei nostri leader riesce ad ispirare nell’elettorato un sentimento di fiducia, talora di entusiasmo e – a fasi alterne – di approvazione per le politiche che propone. Qualità che, molto prosaicamente, si condensano nell’attitudine a «bucare lo schermo». Una dote fondamentale in un’epoca in cui le principali attività di comunicazione politica ruotano intorno alla possibilità di accedere al mezzo televisivo. E agli altri media – dai giornali alla Rete – che ne sono satelliti. Non c’è ascesa di leader, oggi, che non sia strettamente intrecciata al suo successo mediatico. Un rapporto tanto più decisivo perché basato sul medesimo linguaggio. Il messaggio personalizzante del leader si sposa alle esigenze della media logic, divenuta, nel tempo, sempre più focalizzata sul protagonismo – nel bene e nel male – del singolo individuo.

Sviluppatosi originariamente come arena di discussione critica sui principali eventi di interesse pubblico, il sistema dei media tende oggi a privilegiare la notiziabilità legata a personalità di spicco, meglio fungibili per le crescenti esigenze di spettacolarizzazione di un pubblico di massa. In questa chiave, la personalizzazione politica può essere anche vista, in parte, come un adeguamento agli imperativi dell’ambiente comunicativo. Se l’ascesa dei partiti corporati era stata, in larga misura, dovuta al loro controllo capillare dei principali circuiti di comunicazione territoriale, la massmedializzazione delle reti e dei codici di circolazione delle informazioni e dei simboli ha reso molti di quei circuiti obsoleti. Promuovendo l’ascesa dei leader di partito nelle vesti di comunicatori carismatici.

La personalizzazione della comunicazione di partito rafforza il leader verso l’esterno, trasformandolo nel principale depositario del richiamo elettorale. Ma ne consolida anche il primato nei confronti dell’organizzazione interna, che diventa sempre più subalterna al capo. Sia nell’elaborazione della piattaforma di partito, che spetta al leader comunicare efficacemente, sia nella concreta implementazione degli obiettivi di policy, soprattutto se il partito è al governo. In questo caso, infatti, il trend della personalizzazione comunicativa si salda a quello della personalizzazione decisionale, con il peso crescente dei ruoli monocratici, che si tratti di presidente, semipresidente o primo ministro. Con una saldatura delle due funzioni del leader, quella di comunicatore e quella di decisore.

Ma un passo avanti ancora più importante, per la trasformazione della natura originaria del partito come corporazione, avviene se il peso mediatico del leader come comunicatore si fonde con il suo controllo delle principali leve di finanziamento dell’organizzazione. Quando cioè la personalizzazione carismatica si unisce a quella patrimoniale. Il precedente che ha fatto storia è rappresentato dal third party con cui il miliardario texano Ross Perot tentò, nel 1992, la scalata alla Casa Bianca. Oltre ad aver creato ex novo la rete di club sul territorio, Perot investì ingentissime risorse finanziarie nell’acquisto di spazi televisivi che gestì in totale autonomia, con il format degli infomercials. Bypassando il dibattito e l’analisi critica delle proprie proposte, trasformate in un messaggio unidirezionale formulato con un utilizzo professionale delle tecniche pubblicitarie. Il modello ideato da Perot ispirò e spianò la strada alla creazione, pochi mesi dopo, di Forza Italia.

Nell’analisi del successo di Silvio Berlusconi si tende a sottolineare la sua piena disponibilità del proprio network televisivo, unita alle indubbie doti di grande comunicatore e alla conoscenza dei palinsesti maturata in anni di esperienza imprenditoriale nel campo. Ma non meno importante, per la riuscita di una operazione così complessa e in tempi così brevi, si rivelò l’utilizzo della penetrazione territoriale di due importanti società facenti capo al Cavaliere. Mediolanum e Publitalia offrirono «chiavi in mano» al nascente partito una leva di quadri aziendali già inseriti in una line gerarchica e, al tempo stesso, dotati di un background particolarmente qualificato per la nuova impresa berlusconiana. Esperti di relazioni pubbliche e in contatto con segmenti chiave del mondo imprenditoriale e commerciale, i nuovi professionisti provenienti dal mondo della grande azienda disponevano di un know-how, tecnologico e organizzativo, del tutto inedito nel panorama politico italiano. In linea con le tendenze alla specializzazione delineate nelle analisi più lungimiranti sulla trasformazione dell’organizzazione di partito, e in contrasto con l’immagine del vecchio ceto politico finito sotto processo o in contumacia.

L’ampiezza e la solidità del controllo patrimoniale sull’organizzazione registrato con Forza Italia rappresentano un caso limite, o, più precisamente, idealtipico della personalizzazione del partito. Dando luogo a quella fusione tra partito e persona nota, appunto, come partito personale. In altri casi, l’elemento carismatico o quello patrimoniale possono svolgere un ruolo meno determinante, rendendo il processo di trasformazione meno radicale e duraturo. È importante, però, sottolineare che le risorse finanziarie e/o aziendali non costituiscono l’unico asset patrimoniale a disposizione di un leader intenzionato a formare un proprio partito, o ad appropriarsi di uno già esistente. Un ruolo altrettanto influente può essere svolto da risorse istituzionali cui il leader abbia accesso, a livello sia locale che centrale.

Nel primo caso, il riferimento è ai circuiti notabiliari, incentrati sul gatekeeping di risorse territoriali che, in origine, erano prevalentemente legate a una posizione di prestigio sociale e che, col tempo, sempre più dipendono dall’occupazione di cariche consiliari o assessorili negli enti locali, o in strutture associative di tipo sindacale o cooperativo. Col passaggio dal cosiddetto clientelismo verticale – basato su una relazione a due – a quello orizzontale, che consente di raggiungere un numero più ampio di clienti-elettori e di inquadrarli in dinamiche relazionali sufficientemente stabili. In origine, il clientelismo orizzontale faceva capo alle organizzazioni di partito che, dal centro, controllavano il flusso delle risorse verso la periferia. Dopo lo smottamento di Tangentopoli, molti potentati locali hanno avuto l’occasione – e la tentazione – di mettersi in proprio, cercando in qualche caso di sbarcare anche sulla scena nazionale. Complice un sistema elettorale che premiava formazioni con un peso potenzialmente decisivo nel determinare la vittoria finale di questa o quella coalizione.

Ancora più pesante, sul piatto della personalizzazione partitica, si è rivelato il controllo dell’istituzione di governo per eccellenza, la presidenza del Consiglio. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, l’Italia ha recuperato almeno in parte il suo ritardo storico nel dotare il primo ministro di un ufficio e di prerogative adeguati alle tendenze da tempo consolidate nelle principali democrazie occidentali. Con un certosino processo di riforma culminato nella legge 400 del 1988, la presidenza del Consiglio italiano si è andata trasformando nel fulcro operativo del governo. Sia sul piano organizzativo, che ha registrato un progressivo ampliamento di risorse umane qualificate e di apparati serventi, sia su quello legislativo. Il rafforzamento dell’organo monocratico, infatti, ha coinciso con il progressivo spostamento di un ampio ventaglio di funzioni normative dal parlamento all’esecutivo. Il fatto che il rafforzamento del premier avvenisse contemporaneamente al processo di destrutturazione dei tradizionali partiti corporati ha creato l’opportunità perché i presidenti del Consiglio utilizzassero le accresciute risorse istituzionali a loro disposizione per formarsi un proprio partito personale, o consolidarne uno già esistente.

Il fenomeno della patrimonializzazione delle risorse istituzionali di governo è un trend crescente in molti regimi politici contemporanei. Può avvenire per vie familiari, come è accaduto ripetutamente sulla scena presidenziale americana, dai Bush ai Clinton, o ai fini di una carriera imprenditoriale e/o consulenziale privata, come si registra sempre più frequentemente nel fenomeno cosiddetto dei leaders in business. Nel caso italiano, si è assistito ad una finalizzazione di queste risorse – di autorità, di potere, di immagine – alla creazione di partiti personali del premier, che hanno avuto, in alcuni snodi politici, un ruolo di primo piano.

Mauro Calise, La democrazia del leader

Mauro Calise è editorialista del “Mattino”, insegna Scienza politica all’Università di Napoli Federico II. È stato presidente della Società Italiana di Scienza politica e ha pubblicato numerosi saggi sulla politica italiana (www.maurocalise.it).

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